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Ascea
Abitanti: 5.300 circa
Comunità Montana: Lambro e Mingardo
Altitudine: mt 235 s.l.m. |
Secondo
una etimologia Ascea deriva dal greco ‘SKIA’,
preceduto dall’alfa privativa e significa ‘luogo
senza ombra’, cioè soleggiata. Il significato
del termine contrasta con la natura dei luoghi in età
greca, quando la polis di Elea era circondata da folti
boschi, come quello delle colline di Ascea che si univa
con quello attraversato dal fiume Bruca.
Non sono da escludere altre etimologie, come quella
che fa derivare il toponimo da ‘ ISASCIA’,
una delle due isole ricordate da Strabone e Plinio che
si trovavano nel seno velino, poi sommerse dal succedersi
delle alluvioni, che hanno spostato la foce dell’Alento
ad oltre 3 Km. da quella originaria. Non si esclude
neanche che il termine possa derivare da ‘ ASCENSA
‘, dal verbo latino ‘ascendere’ (=salire),
in cui il gruppo ‘NS’, in posizione debole
intervocalica, è caduto.
Quindi Ascea sarebbe nata dallo spopolamento di Velia
e dalla salita dalla zona malsana degli acquitrini dell’Alento
e della Fiumarella.
Nell’Archivio della Badia Cavense manca qualsiasi
notizia utile sull’abitato, in età pre-normanna,
a partire dall’abbandono di Velia, avvenuto intorno
al VI sec. d.C., causato dall’interramento dei
porti e alla malaria che infestò la zona, fino
al X sec. d.C., quando i Longobardi prima, e i Normanni
poi, in cerca di luoghi inaccessibili, scelsero il promontorio
su cui un giorno fu l’Acropoli. Fu solo allora
che Velia e tutta la zona circostante si inserì
nuovamente nella storia.
Sulle rovine dell’antica città greca sorse
perciò un castello, detto prima Castellammare
e poi anche della Bruca. A sue fondamenta furono adoperati
i grossi blocchi quadrati, una volta facenti parte del
tempio di Atena.
I primi signori di Castellammare furono i discendenti
del Principe di Salerno, Guaimario, che lo affidarono
al real camerario Alfano, che fu signore nel 1144. Nell’anno
1187, il castello veniva restituito all’Abate
di Cava, al quale era stato usurpato da Guglielmo Sanseverino
negli anni precedenti. Durante i disordini, verificatisi
nell’anno 1212, essendo alla direzione del regno
Federico II, il castello di Velia era ceduto a Gualtiero
Cicala, poi uno dei capi della congiura contro l’imperatore.
Pare che Gualtiero si asseragliò nel castello
di Velia, naturalmente non la cilindrica Torre Angioina
odierna. L’imperatore evocò al fisco Gualtiero
donando, poi, il feudo di Castellammare con tutti i
suoi Casali al nipote Riccardo di Montenero Raimondo
di Avella. Dopo la morte dell’imperatore, papa
Innocenzo IV, con un suo diploma, restituì il
feudo a Gualtiero de Cicala.
Il re Manfredi donò poi il feudo, insieme al
principato di Salerno, allo zio Galvano Lancia. Con
l’avvento di Carlo D’Angiò, il castello
passava ad Andrea e Boffilo del Giudice, signori di
Capaccio. Agli inizi del secolo XIV quale feudatario
di Castellammare della Bruca, cui erano ammessi anche
i castelli di Catona e di Torricelli, nonché
i casali di Ascea e di Terradura, è Amelio del
Balzo, fedele consigliere del re. Alla metà dello
stesso secolo, il feudo, al prezzo di 500 once, veniva
in possesso dei Sanseverino.
Nel 1466 Ferdinando accordava il feudo all’ospedale
della casa dell’Annunziata di Napoli, cosa che
determinò una situazione di disagio per la popolazione
del borgo di Castellammare della Bruca per le razzie
e i saccheggi portati non solo dai pirati, ma dall’intera
armata turca.
In seguito alla terribile peste del 1656, la popolazione
diminuì enormemente. A seguito del fallimento
dell’Annunziata di Napoli, nel ‘700 i creditori
nominarono loro rappresentante il Duca Caracciolo che
ebbe il giuramento di fedeltà dai diversi casali.
Infatti il feudo, ormai disabitato, non compare più
sotto il nome di Castellammare della Bruca, ma suddiviso
nei casali di Ascea, Terradura e Catona. Nel 1731 il
feudo fu venduto dai creditori dell’Annunziata
a Giuseppe Stefano Maresca di Ascea. Da costui, il feudo
passò a Nicolò Maresca.
Da questo momento il castello di Velia è adibito
come torre di guardia alla costa. La residua popolazione,
per le continue incursioni dei barbareschi e per le
suddette motivazioni, cercò scampo sulle colline
retrostanti il mare.
Di Ascea si hanno notizie storiche certe soltanto in
occasione dei moti cilentani, che videro in Teodosio
De Dominicis uno dei suoi figli minori legato alla sua
patria fino al sacrificio di se stesso. Egli fu imprigionato
più volte dai Borbonici e, per la sua partecipazione
ai moti cilentani del 1828, fu condannato a morte in
Salerno il 24 luglio di quell’anno insieme ad
altri cospiratori. Capo spirituale e politico indiscusso
dei suoi concittadini, fu da questi denominato il ‘
Re di Ascea ‘.
Nel 1848, Ascea diede ospitalità al comandante
della seconda rivolta cilentana: Costabile Carducci,
offrendo la sua collaborazione alla lotta per l’affermazione
dei più sacrosanti diritti umani.
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